VISIONI  CANGIANTI E INFRASOTTILE. CONVERSAZIONE CON GIULIA BRIVIO

Giulia Brivio: In natura la mimetizzazione è una azione di sopravvivenza, gli animali più deboli la utilizzano per  avvantaggiarsi sui pericolosi predatori, assumendo le sembianze di organismi tossici e indesiderabili oppure dell'ambiente circostante, in modo da scomparire. Alcuni fiori si mimetizzano per attirare gli impollinatori. Ci sono sempre questioni vitali alla base della mimetizzazione.

Quindi l'arte può avere l'esigenza di mimetizzarsi per salvarsi dai predatori voraci di ciò che è “appariscente”? Mimetizzarsi per salvarsi da una contemplazione troppo frettolosa e superficiale?

Ermanno Cristini: Da sempre l’arte ha cercato la strada di ciò che non è immediatamente visibile proprio perché il suo compito è quello di problematizzare le cose, non di banalizzarle. Anche per l’arte ė una questione vitale, ed in ragione di ciò l’arte  è una questione vitale per l’uomo. Se il suo compito ė quello di contribuire a creare “visioni”, una “visione” è, paradossalmente, il prodotto del “buio” che crea quella domanda capace di vivere e rinnovarsi costantemente nel dubbio da cui si origina, aprendosi alla risposta come campo di possibilità, opportunità e non certezza.
Parlando di opere, ad esempio, mi viene in mente Las meninas: il soggetto non è forse mimetizzato, fuori dal quadro, nascosto dietro i soggetti “plausibili” che stanno all’interno del quadro? Ma anche, saltando nel tempo, Alighiero Boetti con il suo sdoppiamento dell’identità. Si pensi a Gemelli o all’Autoritratto in negativo, esposto da Toselli a Milano nel ‘68 mimetizzato in un greto di ciottoli di fiume identici a quello con cui è stato realizzato. Alla mimetizzazione dell’autore nel soggetto, e viceversa, si aggiunge quella dell’opera nel suo contesto. E così via.

G.B.: Il rapporto tra arte e realtà è sempre attuale e complesso. Cosa accada quando l'arte vuole assumere le esatte sembianze della realtà, mimetizzandosi con essa?
Diventa una realtà stratificata di significati oppure l'arte scompare sconfitta da ciò che è reale e contingente?

E.C.: Il processo di mimetizzazione, nella sua ideale confusione con la realtà, in verità ne stabilisce comunque e sempre una distanza. È la distanza dello spessore critico, quello scarto, spesso sottilissimo, che consente un’adesione al reale in termini di conoscenza. In altre parole, io conosco nella misura in cui aderendo alle linee dell’oggetto della mia osservazione scopro progressivamente le linee della mia alterità. Mi piacerebbe dire, a proposito della mimetizzazione, che l’intensità dello scarto è inversamente proporzionale alla distanza dell’aspetto, ovvero essa sta nello spessore dell’ ultrasottile duchampiano. Così si stratifica il senso  sfuggendo alla sconfitta da parte del contingente.
Credo che proprio il ready-made sia il caso più significativo al proposito: l’”orinatoio” non è un orinatoio proprio per il fatto di esserlo; lo scarto si situa nell’ultrasottile.

G.B.: La mimetizzazione prevede un cambiamento d'aspetto, può avvenire indossando una maschera o mutando il colore della pelle, quindi l'opera che si mimetizza si nasconde dietro a un velo fatto della stessa texture della soffitta.
Il lavoro diventa quindi mutevole? È in divenire mentre indossa un nuovo “costume”?

E.C.: È in divenire il soggetto di Velasquez mimetizzato fuori dal quadro? Evidentemente sì,  anzitutto per il dubbio che contiene relativamente alla sua identità: la coppia di coniugi o l’autore? Questo sfarfallio di “figure” produce un sistema cangiante, che si può cogliere solo nel suo permanente sfuggire.
Dunque, nascondimento, mimetizzazione, rimandano alla necessità per l’opera di darsi come sistema mutevole anche nella consapevolezza del fatto che non ci sono altre strade per dar forma ad una realtà fatta di movimento.

G.B.: Si tratta di un nascondimento momentaneo, che accade solo nel momento di necessità? Nell'attimo di durata della mostra?

E.C.: Come in natura la vocazione mimetica è, come dire, “ontologica”, si tratta qui di opere il cui statuto presuppone tale attitudine, e non come accadimento momentaneo dovuto alle circostanze. Probabilmente anche perché esse considerano imprescindibile il momento della “messa in mostra”, quale condizione costitutiva. Allora ingannare la vista diventa l’elemento qualificante della forma.

G.B.: Il luogo scelto, la soffitta, non è solo il teatro dove si mette in scena la mimetizzazione, è anche uno spazio della casa nascosto e dove si nascondono gli oggetti inutilizzati. Questa scelta amplifica il senso del nascondimento. L'opera d'arte esposta / celata ai margini della sfera privata, un'opera forse che sceglie di emarginarsi. Può esserci una volontà di isolamento, di separazione dal sistema dell'arte che predilige piedistalli, luci puntate e saloni cerimoniali?

E.C.: Tutta la storia dell’arte, almeno quella in epoca moderna a partire dal Salon des Refusés è fatta del tentativo di praticare alternative ai percorsi istituzionali, e quindi, in qualche modo, di farsi da parte.
Ma il tema del nascondimento assume via via significanza con l’esasperarsi delle modalità dell’industria culturale, la cui necessità è, fin dalle origini, l’opulenza, il sovraccarico, l’eccesso di visibilità e di rumore. L’evoluzione tecnologica ha
ulteriormente esasperato tale tendenza. E il sistema dell’arte ne è parte attiva.
L’invito duchampiano alla sospensione del fare e alla invisibilità del prodotto assume sempre più un valore profetico: “"Datevi alla macchia, non fate sapere a nessuno che state lavorando" (M.D.)
La soffitta è il luogo ideale dove darsi alla macchia e forse ritrovare la capacità di vedere e di conseguenza di pensare, come in una sorta di capanna di Skjolden.



NON  VOGLIO  RIAPRIRE  LA  CONCLUSIONE. LUCA PANCRAZZI

Non voglio riaprire una conclusione, la profezia duchampiana è stata però interpretata dagli artisti.
Lancio solo alcuni spunti per estendere la definizione di mimesi e di scomparsa attraverso pratiche mimetiche che gli artisti mettono in atto, oggi.

Nel minestrone indefinito di questa pratica contemporanea dell’arte del presente sono stati inclusi ingredienti che non so come chiamare, non hanno un nome, non lo conosco. Solo il tempo, forse, farà chiarezza, bene o male, di questi materiali inerti che allungano il brodo lasciandolo accettabilmente buono e un po’ abbondante.

Nel minestrone il mimetismo è una componente naturale come nell’arte dove ha sviluppato sfaccettature possibili e strategie di sopravvivenza.

Per esempio, la pratica della fragilità dell’artista che si nascondeva al mondo vestendo i panni della normalità per sfuggire alla sovraesposizione dello spettacolo dei media, o in modo inversamente simile le pratiche dell’eccesso che permettevano di proteggersi allontanandosi dalla normalità della massa, sono oggi praticate per raggiungere tutt’altri scopi.

Lo spettacolo come un famoso velo è calato su tutto, e sul pubblico principalmente. Pur di accedere ad un seguito da Popstar o ancora meglio da Mipiace, l’artista si mimetizza nella società divenuta artistica a sua volta, vestendo qualsiasi panno, da quello del guru creativo-pubblicitario, a quello dello chef.
Questo richiede abilità camuffatorie e mimetiche notevoli.

L’arte e la società dello spettacolo sono finalmente la stessa cosa, senza soluzione di continuità anche l’educational, la scienza divulgativa, la cucina, la politica, il design artigianale, fanno parte del minestrone spettacolare.

Ma l’arte è ancora un passo oltre a qualcosa? Sicuramente è altro dalla natura, poi abbiamo detto che è mimetica, poichè si è sempre mimetizzata per ragioni diverse, e utilizzando queste pratiche che ne garantiscono una certa sopravvivenza in un sistema spettacolare ha solo dimostrato di aver ceduto a tutte le lusinghe possibili.

Quindi, gli artisti utilizzano la mimesi per eludere una fine, e devono farlo per poter trovare negli occhi del pubblico abbagliato una certa dose di gratificazione per
continuare lo spettacolo.

“Niente da vedere niente da nascondere” per citare di nuovo A&B, era il desiderio di porsi dietro l’opera e svelarne attraverso la pellicola fragile, il nulla che non può più proteggere l’artista dal mondo. L’opera non riparava neppure la fragilità dell’artista dal suo pubblico, e lo spettacolo insieme al senso veniva messo con le spalle al muro.

Se l’artista adesso non riesce più a farsi da parte, a stare dietro all’opera, a cospirare in santa pace, siamo già arrivati al punto paradossale dove lo scarto è divenuto un monumento, la soglia è di marmo di carrara lucido, e l’infrasottile è un raggio laser proveniente da starwars!?

Aprile 2016