LA CONDIZIONE DI UN AZZARDO. CONVERSAZIONE CON GIULIA BRIVIO

 

Ermanno Cristini: Normalmente quando siamo invitati a una mostra ci preoccupiamo di come mostrare il nostro lavoro; nel caso di questa mostra a MARS si tratta di preoccuparsi di come nasconderlo, magari presentando anche cose molto visibili ma che in realtà servono solo a nascondere un’opera che non si vede.


Giulia Brivio: Dopo quasi 60 anni dalla mostra parigina Il Vuoto di Yves Klein (1958), una mostra “Piena”. Klein espone l’aria della galleria, l’opera diventa invisibile, nascosta nell’aria stessa e dentro ai polmoni di tutti i visitatori. L’opera si allontana tanto dalla matericità e finisce per essere presente ovunque, nello spazio circoscritto dall’artista. Quindi ancora una volta nascondere è una forma di presenza forte e persistente. Ma come risponde un artista a cui chiedi di non mostrare la sua opera?


EC: In genere con molto entusiasmo, anzitutto perché si tratta di cavalcare una contraddizione accettando una sfida. E non c‘è fare artistico senza sfida: essa è l’unica condizione per avventurarsi nei territori dell’ignoto e dunque per restituire all’arte la sua valenza conoscitiva. Dunque: nascondere per scoprire, per sapere, in questo caso.


GB: Quando Piero Manzoni nasconde la Merda d’Artista (1961) o la Linea lunga 7200 metri (1960), l’aspetto provocatorio è predominante. In questo caso però, come già dicevamo, non c’è nessuna esigenza e nessuna intenzione di provocare o stupire, credo sia piuttosto una ricerca sulle possibili “vite” dell’opera, come se esibirla coperta da veli possa mostrare le sue altre facce o nuove prospettive di lettura. Può essere anche una rinuncia all’opera, all’oggetto, alla visione?


EC: Direi di no, quanto piuttosto un tentativo per la restituzione dei valori di ogni termine: l’opera, l’oggetto, la visione. Tutti elementi di un processo vitale entro cui e solo entro cui essi prendono senso uno dopo l’altro, fuori dalle mitologie vocianti che spesso li avvolgono e in una dimesione la cui materia è relazionale.


GB: Ti chiedi se è possibile toccare ciò che non si vede. Molto spesso, quasi sempre, non tocchiamo ciò che vediamo, forse questa inversione è utile per amplificare la nostra percezione sensoriale. Nascondere forzatamente può suscitare la voglia di toccare ciò che non si vede.


EC: Si, se per “toccare” si intende quella conoscenza della realtà che è mentale e corporea ad un tempo e che avviene fuori o oltre gli schemi delle nostre codifiche. Insomma, quella conoscenza che ci torna a far vedere le cose come “non saputo”.


GB: Nel 2012 la Hayward Gallery di Londra inaugurava la mostra Invisible: Art about the Unseen, tra qualche giorno ad Amsterdam apre The Unseen Photo Fair, terminata l’era del luminoso white cube che monumentalizzava le opere ci si avvia verso il buio dell’invisibile e del nascosto?


EC: Credo che sia un passaggio obbligato; penso che la nostra epoca, in senso generale, dovrà essere per forza di cose un’epoca rifondativa e ogni rifondazione comporta una sorta di “grado zero”, un bisogno di “fondamentali”, e dunque, nello specifico, un bisogno di “buio” e di “silenzio”.