CONVERSAZIONE A QUATTRO VOCI

 

Ermanno Cristini: Questa storia del nascondere mi intriga da un po’, forse da quando un paio d’anni fa ho visitato il museo dell’Art Brut a Losanna e sono “inciampato” nei lavori di Judith Scott, una psicopatica internata per circa 35 anni e che all’età di 44 anni, nel 1968, inizia a fare delle composizioni con oggetti trovati: ventilatori, ombrelli, riviste, etc, che cela accuratamente avvolgendoli con chilometri di fili, elastici, corde. E questa pratica maniacale del nascondere la impegna per un periodo smisurato, molto superiore a quello necessario a realizzare le sue composizioni.

Ciò che resta sono dei grandi ovaloidi, ma in realtà quello che ci sarebbe da vedere è nascosto.

 

Giulia Brivio: Trovo misteriosa la compulsiva necessità di nascondere le proprie creazioni in involucri che diventano essi stessi opere. Penso all’atto del nascondere: è più importante l’azione del nascondere, del coprire, o quello che si nasconde? Quando si nasconde qualcosa quanto lo si vuole svelare?

 

 E.C.: Fare una mostra è exhibire, mostrare al di fuori, ma forse si può pensare ad una mostra rovesciata, dove le opere esistono per non mostrarsi.

 

 G.B.: È interessante l’idea di una mostra rovesciata, del celare per svelare i meccanismi dell’osservazione. Potrebbe essere come ascoltare il folle per comprendere la verità, ragionare con la follia, vedere con gli occhi chiusi, una conoscenza ottenuta attraverso gli opposti. Ma si può parlare di conoscenza o qui la conoscenza è fuori gioco?

Accade il paradosso di creare qualcosa per poi nasconderlo agli occhi di tutti, creare qualcosa, ma impedirne la conoscenza. È diverso da creare e poi immediatamente distruggere? Ci sarà qualche artista che creava per distruggere, non mi viene in mente… ma cercherò…

Nessuno potrà conoscere l’oggetto, l’opera, quindi sarà l’atto creativo a essere primario?

 

Elisa Bollazzi: Finalmente libertà dall’oggetto.

 

Patrizia Giambi.: Occorre distinguere ciò che è impossibile fare da ciò che è impossibile pensare.  L’azione del celare, del nascondere, appartiene allo stato della realtà e modificando l’ordine delle cose se ne può delineare l’esistenza, cioè che non si può nascondere un elefante nel pugno della mano, mentre posso continuare tranquillamente a pensare che sì, effettivamente, ho l’elefante in pugno….penso davvero  che le acque profonde del pensiero siano un mondo di vastità inimmaginabili che si attiva sottraendo elementi della realtà.

 

E.C.: È una questione che rimanda molto indietro nel tempo dall’Ars est celare artem tibulliano via via attraverso l’Enigme di Isidore Ducasse di Man Ray o le astensioni di Duchamp, o le linee di Manzoni, o le campiture nascoste di Nina Beier, o…

Forse nascondere è l’essenza del mostrare, proprio come il vuoto è l’essenza del pieno e il silenzio è l’essenza del suono, perché queste “negatività” hanno a che fare con il “nulla” come campo di possibilità, come vuole quella linea che passa da Heidegger a Sartre, in quanto nulla che “colora le cose”.

 

 GB.: Mi sembra che nascondere sia mettere in discussione la fisicità, la fenomenologia dell’opera. Quindi l’artista è presente solo come intenzionalità, come progettatore del nascondiglio, ma non è riconoscibile in quanto autore-creatore dell’opera? (Ancora di più nel tuo caso, perché affiderai le tue opera a un altro artista, a Microcollection)

Parli di possibilità, secondo me è implicata anche la libertà, non mostrare può essere un atto di liberazione? Credo che sia anche un invito a liberare l’immaginazione di chi osserva ciò che non può vedere, come immaginare il mondo fuori dalla finestra quando le tende sono chiuse.

 

P.G.: Si, è così. Ad esempio, tutti i luoghi abbandonati dall’uomo, dove crescono rovi e sterpaglie, costituiscono un territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, essa è scacciata. Quindi, pur essendo considerati  “trascurati”, questi paesaggi accolgono elementi fondamentali per la prosecuzione biologica e la rigenerazione. Qui, l’ordine e la logica, la bellezza e l’armonia, appaiono celati. E però proprio questi esseri, piante o animali integrali, sono preziosi, perché forniscono un punto d’appoggio visivo a un concetto di movimento, di cambiamento, che non si può vedere ma che esiste..

 

G.B.: Nascondere è l’essenza del mostrare ed è l’antidoto all’esibizionismo?

Si arriva all’estremo esibizionismo per nascondersi, per mettere una maschera, quindi non esibire è mostrarsi? Banalmente il profilo facebook che esibisce un’identità, in realtà la nasconde, costruendone un’immagine fittizia e amplificata. Il nascondimento è la caduta della maschera?

 

E.C.: Vorrei pensare a un ciclo di mostre dove si mettono in atto pratiche di nascondimento. Questo ciclo si potrebbe intitolare Prière de toucher, saccheggiando l’omonimo lavoro di Duchamp, solo che in questo caso si tocca proprio nella misura in cui non si vede. Una sorta di toccare ad occhi chiusi, quella qualità che normalmente si rivela nel buio quando il mondo cessa di essere un saputo e si apre alla scoperta.

E la “tetta” duchampiana, il toccare, rimandano alla carne: Il bagno turco potrebbe essere il titolo del primo lavoro, in omaggio al più grande pittore della carne, insieme a Bacon.

 

 G.B.: Mi viene in mente anche Etant donnés, una fessura nella porta che mostra la Bellezza, Duchamp sembra affermare che c’è sempre qualcosa che nasconde la bellezza, una “barriera” fisica, metafisica o astratta e ciò che è nascosto alla fine sarà un dono. Hai pensato a questo aspetto del dono?

 Anche il germoglio è un dono della terra, della natura…